13. Un solo Dio in un mondo di molte fedi
Un solo Dio in un mondo di molte fedi
«Non sono forse io, il Signore? Fuori di me non c’è altro Dio; fuori di me non c’è Dio giusto e salvatore» (Is 45,21). Questa proclamazione di Isaia conserva una forza particolare anche nel nostro tempo, segnato dalla presenza di grandi religioni mondiali, spiritualità diverse, credenze antiche e nuove forme di religiosità. Di fronte a questa pluralità, il cristiano è chiamato certamente al rispetto di ogni persona, ma non per questo a concludere che tutte le concezioni religiose siano identiche o intercambiabili.
La fede biblica nasce, infatti, dall’affermazione dell’unicità di Dio. Gesù stesso riprende questa verità quando ricorda: «Il Signore nostro Dio è l’unico Signore» (Mc 12,29). Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) insegna che il Dio unico e vero chiede all’uomo di accoglierlo e adorarlo, rifiutando di attribuire carattere divino a ciò che non è Dio (CCC 2084-2085).
Tuttavia, il cristianesimo non afferma semplicemente che esiste un solo Dio. Proclama che questo Dio si è fatto conoscere in modo definitivo attraverso Gesù Cristo. Per questo il Vangelo pone sulle labbra di Gesù parole decisive: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). E ancora: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Per il cristiano, dunque, Gesù non è soltanto uno dei tanti maestri religiosi della storia: è il Figlio attraverso il quale Dio rivela il proprio volto e offre la salvezza.
Questo non autorizza il disprezzo delle altre religioni. Il Catechismo riconosce che in esse possono trovarsi elementi «di buono e di vero», considerati raggi della verità che possono orientare l’uomo verso Dio (CCC 843). Ma aggiunge anche che le diverse esperienze religiose possono contenere limiti ed errori (CCC 844). Rispettare una fede non significa, quindi, rinunciare a interrogarsi sulla verità di ciò che essa afferma.
In una società che tende spesso a sostenere che tutte le religioni siano uguali, il cristianesimo propone una posizione più esigente. Ogni persona deve essere rispettata nella propria coscienza e nella propria libertà; ogni popolo può cercare Dio secondo la propria storia e cultura. Ma non tutte le affermazioni su Dio possono essere contemporaneamente identiche, soprattutto quando si contraddicono sulla natura di Dio, sulla persona di Gesù Cristo e sulla via della salvezza.
La frase di Isaia non invita, dunque, all’arroganza religiosa, ma alla responsabilità della fede. Se Dio è veramente uno, giusto e salvatore, la ricerca dell’uomo non può accontentarsi di costruire un dio secondo i propri desideri. Il Catechismo ricorda, infatti, che l’idolatria non riguarda soltanto le antiche divinità, ma anche tutto ciò che l’uomo finisce per mettere al posto di Dio: il potere, il denaro, il piacere o qualsiasi realtà trasformata in assoluto (CCC 2113).
Per il cristiano, questa ricerca trova il suo centro in Cristo. Ma proprio perché crede di aver ricevuto una verità, egli non è chiamato a imporla con la forza, bensì ad annunciarla. Il mandato di Gesù è rivolto a tutte le genti: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19-20). La Chiesa riconosce che Dio può operare anche in coloro che, senza loro colpa, non conoscono il Vangelo, ma continua a considerare l’annuncio di Cristo un proprio dovere essenziale, perché ogni salvezza viene da Cristo (CCC 846-848).
In un mondo di molte fedi, il cristiano può dunque dialogare senza confondere, rispettare senza relativizzare e ascoltare senza rinunciare a ciò in cui crede. La pluralità delle religioni è un dato della storia; la domanda sulla verità rimane invece una domanda rivolta alla coscienza di ogni uomo. E davanti ad essa risuona ancora la parola di Isaia: fuori da Dio non vi è altro Dio; la grande questione è allora riconoscere il suo vero volto. Per la fede cristiana, quel volto si è manifestato in Gesù Cristo. (Carlo Silvano)


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