15. La fede di Abramo e il cuore della fede cristiana: la Risurrezione di Cristo
e il cuore della fede cristiana:
la Risurrezione di Cristo
di Carlo Silvano
Il numero 841 del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) e il terzo paragrafo della dichiarazione conciliare Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965, offrono importanti indicazioni per comprendere il rapporto tra cristiani e musulmani, senza confondere il rispetto dovuto a ogni persona con l’indispensabile chiarezza sulle differenze dottrinali. Il dialogo tra le religioni, infatti, è autentico quando nasce dalla conoscenza reciproca e non dalla rinuncia a riconoscere ciò che distingue le rispettive professioni di fede.
Il Catechismo afferma che «il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore», ricordando in particolare i musulmani, i quali, professando di mantenere la fede di Abramo, adorano con i cristiani un Dio unico e misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale (CCC 841). Questa affermazione si colloca nella prospettiva della volontà salvifica universale di Dio, che desidera la salvezza di tutti gli uomini (1 Tm 2,4), e non significa che tutte le religioni siano equivalenti o che le loro dottrine conducano indistintamente alla medesima comprensione della verità rivelata.
La Nostra aetate riconosce con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, creatore del cielo e della terra, e cercano di sottomettersi alla sua volontà, come fece Abramo, figura alla quale la fede islamica si richiama. Il Concilio ricorda, inoltre, che i musulmani venerano Gesù come profeta, onorano Maria sua madre vergine, attendono il giudizio finale e attribuiscono importanza alla preghiera, all’elemosina, al digiuno e alla vita morale (Nostra aetate, 3). Sono elementi che permettono di riconoscere punti di incontro e di promuovere una convivenza fondata sulla giustizia, sulla pace e sulla libertà.
Tuttavia, proprio il documento conciliare precisa che i musulmani «non riconoscono Gesù come Dio». Questa distinzione è fondamentale. Per la fede islamica, Gesù è un profeta, ma non è il Figlio eterno di Dio fatto uomo; la concezione islamica di Dio esclude la Trinità e non accoglie l’Incarnazione del Verbo secondo la fede cristiana. Il cristianesimo, invece, professa un solo Dio in tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, senza confondere le Persone né dividere l’unica natura divina. Non si tratta di credere in tre dèi, come talvolta viene erroneamente sostenuto, ma di riconoscere il mistero dell’unico Dio trino, rivelatosi pienamente in Gesù Cristo.
La differenza diviene ancora più evidente davanti alla croce e al sepolcro vuoto. I cristiani credono che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, sia stato crocifisso, sia morto realmente e sia risorto il terzo giorno. L’islam tradizionale non riconosce la crocifissione e la morte di Gesù nel significato storico e salvifico professato dalla Chiesa, come testimonia anche il passo coranico 4,157-158. Per il cristiano, invece, la passione non è un incidente da rimuovere dalla storia di Gesù, né la Risurrezione è una semplice immagine della speranza: sono il centro dell’annuncio apostolico e il fondamento della fede.
San Paolo lo dichiara senza ambiguità: «Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1 Cor 15,14). La Risurrezione attesta la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, conferma la verità della sua missione e apre all’umanità la speranza della vita eterna. Non è soltanto un evento riguardante Gesù, ma l’inizio di una nuova creazione, nella quale anche i credenti attendono la risurrezione dei morti. Senza la Risurrezione, la croce rimarrebbe una condanna ingiusta e la promessa cristiana di salvezza perderebbe il proprio fondamento.
Per questo, il richiamo alla comune fede di Abramo non può cancellare le differenze sostanziali tra cristianesimo e islam. Abramo è padre nella fede per i cristiani, che lo riconoscono all’origine della storia della salvezza, e occupa un posto importante anche nella tradizione musulmana; tuttavia, la comune venerazione di questa figura non comporta una medesima fede in Gesù Cristo, nella Trinità e nella redenzione operata attraverso la sua morte e Risurrezione. Il cristianesimo non può rinunciare a queste verità senza smarrire la propria identità.
Riconoscere tali differenze non autorizza disprezzo, ostilità o discriminazione nei confronti dei musulmani. Al contrario, la Nostra aetate invita a superare le inimicizie storiche e a promuovere la comprensione reciproca, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà. Il dialogo, però, non richiede di tacere la fede, bensì di testimoniarla con rispetto, senza attribuire all’interlocutore convinzioni che non professa e senza attenuare ciò che la Chiesa insegna.
Il cristiano può dunque incontrare il musulmano con sincera stima, riconoscendo la sua ricerca di Dio e collaborando con lui per il bene comune. Al tempo stesso, è chiamato a testimoniare che Gesù non è soltanto un profeta, ma il Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per la nostra salvezza. È qui che si manifesta la specificità della fede cristiana: non semplicemente nella fede in un Creatore misericordioso, ma nell’incontro con il Dio che, in Gesù Cristo, è entrato nella storia, ha attraversato la morte e l’ha vinta. La Risurrezione rimane così il cuore della fede, la sorgente della speranza e il fondamento dell’annuncio della Chiesa a ogni uomo.

Commenti
Posta un commento