4. Gesù è morto sulla croce anche secondo il Corano?
Gesù è morto sulla croce anche secondo il Corano?
Una domanda decisiva per il dialogo tra cristianesimo e islam
Tra le numerose differenze che distinguono il cristianesimo dall’islam, una delle più importanti è certamente la crocifissione di Gesù. Da essa dipende, infatti, il significato stesso della salvezza, l’identità di Cristo e il modo in cui Dio si è rivelato all’umanità.
La fede cristiana si fonda su un evento storico preciso: Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio fatto uomo, fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì realmente sulla croce, fu sepolto e il terzo giorno risuscitò dai morti (Mt 27; Mc 15; Lc 23; Gv 19). San Paolo giunge ad affermare che «se Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1Cor 15,14). La croce e la risurrezione costituiscono dunque il cuore del cristianesimo.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) insegna che la morte di Cristo non fu un incidente della storia, ma il compimento del progetto salvifico di Dio: «La morte redentrice di Gesù compie il disegno divino della salvezza» (CCC 599). Attraverso il sacrificio della croce, Cristo offre liberamente la propria vita per la redenzione dell'umanità (CCC 606-618).
L’islam propone invece una prospettiva profondamente diversa. Il Corano afferma infatti: «Essi non lo uccisero e non lo crocifissero, ma così parve loro... essi non lo uccisero certamente, ma Allah lo innalzò a Sé» (Corano 4,157-158). Questo testo ha dato origine, nella tradizione islamica, all’interpretazione secondo cui Gesù non sarebbe realmente morto sulla croce. Secondo molti commentatori musulmani, un’altra persona sarebbe stata fatta apparire simile a Gesù e sarebbe stata crocifissa al suo posto, mentre Gesù sarebbe stato elevato vivo al cielo da Allah. Altri interpreti musulmani hanno proposto spiegazioni differenti, ma la posizione prevalente nell’islam continua a negare la morte redentrice di Cristo.
A questo punto emerge una questione storica che merita di essere considerata con attenzione.
La crocifissione di Gesù è attestata da numerose fonti del I e II secolo. I quattro Vangeli, scritti da autori diversi, concordano nel descriverla. Gli Atti degli Apostoli la proclamano come il centro della predicazione cristiana (At 2,22-24). Le Lettere di san Paolo, scritte appena vent’anni dopo la morte di Gesù, la presentano come un fatto universalmente conosciuto (1Cor 2,2; Gal 3,1).
Anche autori non cristiani confermano questo evento. Lo storico romano Tacito riferisce che Cristo fu messo a morte sotto Ponzio Pilato (Annales, XV,44). Lo storico ebreo Flavio Giuseppe ricorda la condanna di Gesù alla croce (Antichità giudaiche, XVIII,63-64), pur tenendo conto delle successive interpolazioni presenti nella tradizione manoscritta. Persino alcuni scrittori pagani ostili al cristianesimo non mettono mai in dubbio che Gesù sia stato crocifisso.
Sotto il profilo storico, quindi, la morte di Gesù sulla croce è considerata dagli studiosi uno dei fatti meglio documentati dell’antichità. La maggior parte degli storici contemporanei, indipendentemente dalla loro fede religiosa, ritiene che la crocifissione sia un dato storicamente certo.
È importante osservare anche un altro elemento. Gesù morì intorno all’anno 30 d.C. e le prime comunità cristiane iniziarono immediatamente ad annunciare la sua morte e la sua risurrezione. I Vangeli furono scritti nel I secolo e le Lettere di san Paolo sono ancora anteriori. Quando Maometto iniziò la sua predicazione, all’inizio del VII secolo, erano già trascorsi circa seicento anni dalla nascita del cristianesimo. Per sei secoli milioni di cristiani, sparsi dall’Oriente all’Occidente, avevano professato la medesima fede nella morte e risurrezione di Cristo, avevano celebrato l’Eucaristia come memoriale del suo sacrificio e avevano dato la vita per testimoniare questa verità.
Da un punto di vista storico, dunque, il Corano interviene molti secoli dopo gli eventi e propone una ricostruzione diversa rispetto a quella trasmessa ininterrottamente dalle prime comunità cristiane.
Per il cristiano, tuttavia, la questione non è soltanto storica. È soprattutto teologica.
Se Gesù non fosse morto sulla croce, verrebbe meno il significato stesso della redenzione. Gesù aveva annunciato più volte la propria passione: «Il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto... essere ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mc 8,31). Durante l’Ultima Cena interpreta anticipatamente la sua morte dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi... Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,19-20).
La croce non rappresenta quindi una sconfitta inattesa, ma il culmine della missione affidata dal Padre al Figlio. Gesù stesso afferma: «Nessuno mi toglie la vita; sono io che la do da me stesso» (Gv 10,18).
Il Corano, negando la crocifissione, propone inevitabilmente una diversa comprensione della missione di Gesù. Egli rimane uno dei grandi profeti di Allah, ma non è il Redentore del mondo. Non esiste il sacrificio espiatorio della croce e, di conseguenza, viene meno anche il significato della risurrezione come vittoria definitiva sul peccato e sulla morte.
Comprendo che un musulmano possa accogliere con convinzione l’insegnamento coranico. Tuttavia, il dialogo autentico richiede che entrambe le parti conoscano le ragioni storiche e teologiche dell’altra.
Per il cristiano, la croce non è soltanto uno strumento di supplizio. È il luogo in cui Dio manifesta il suo amore senza misura per l’umanità: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Proprio per questo san Paolo può affermare: «Noi predichiamo Cristo crocifisso» (1Cor 1,23).
La domanda iniziale, dunque, riceve una duplice risposta. Secondo la fede cristiana, Gesù è realmente morto sulla croce ed è risorto il terzo giorno; questa verità è attestata dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione apostolica e dall’insegnamento costante della Chiesa (CCC 638-655). Secondo il Corano, invece, Gesù non sarebbe stato crocifisso né ucciso, ma sarebbe stato elevato da Allah (Corano 4,157-158).
Questa differenza non riguarda un dettaglio secondario della fede. Essa costituisce uno dei principali punti di separazione tra cristianesimo e islam. Per i cristiani, infatti, il volto di Dio si rivela pienamente nel Crocifisso risorto; è lì che il Padre manifesta il suo amore per ogni uomo. Comprendere questa differenza, senza deformare la fede dell’altro e senza attenuare la propria, rappresenta una delle condizioni fondamentali per un dialogo interreligioso serio, rispettoso e fondato sulla verità.
(Carlo Silvano)
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