12. Amare il nemico: una sfida cristiana che interroga anche il mondo islamico
Amare il nemico:
una sfida cristiana
che interroga
anche il mondo islamico
Le parole di Gesù «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44), insieme alla sua scelta di non opporre la violenza alla violenza e alla preghiera per i suoi persecutori sulla Croce (Gv 18,11; Lc 23,34), esprimono uno degli aspetti più radicali del Vangelo. Ma come potrebbero essere percepite queste parole da un musulmano? E quali elementi offre il Corano per comprendere questo confronto?
È necessario anzitutto evitare una contrapposizione
semplicistica. Il Corano contiene, infatti, insegnamenti che valorizzano
il perdono, la pazienza e la risposta al male attraverso il bene. Un
passo particolarmente significativo afferma: «La buona azione e quella
cattiva non sono uguali. Respingi quella cattiva con quella che è
migliore» (Corano 41,34). Il versetto prosegue osservando che,
attraverso questo atteggiamento, persino chi era nemico può diventare
«come un amico sincero» (Corano 41,34).
Anche il Corano riconosce
quindi che la vendetta non rappresenta l’unica risposta possibile
all’offesa. In un altro passo si legge: «La ricompensa di una cattiva
azione è una cattiva azione equivalente. Ma chi perdona e si riconcilia,
avrà la sua ricompensa presso Allah» (Corano 42,40). Il perdono è
dunque contemplato come una virtù, anche se il testo ammette
contestualmente la possibilità di una risposta proporzionata
all’ingiustizia subita.
Qui emerge una differenza importante rispetto alle parole di Gesù. Nel discorso della montagna, Cristo non si limita a chiedere di non eccedere nella vendetta: porta l’amore verso il nemico a una dimensione particolarmente radicale, chiedendo di pregare proprio per chi perseguita. La ragione di questo comportamento è espressa immediatamente dopo: «perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,45). Il cristiano è chiamato a imitare Dio, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45).
Anche il Corano contiene parole che invitano alla moderazione nei confronti di chi non combatte i musulmani: «Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti verso coloro che non vi hanno combattuto per la religione e non vi hanno scacciato dalle vostre case» (Corano 60,8). È un principio significativo, perché distingue tra coloro che sono ostili e coloro che non lo sono.
Allo stesso tempo, il Corano presenta anche passi
relativi al combattimento e alla possibilità di reagire contro coloro
che combattono i musulmani (Corano 2,190). Proprio per questo, nella
tradizione islamica il rapporto tra pace, perdono, difesa e conflitto è
stato oggetto di una complessa elaborazione giuridica e teologica. Non
sarebbe quindi corretto attribuire al Corano un unico atteggiamento nei
confronti del nemico, ignorando la varietà dei suoi testi e delle loro
interpretazioni.
Il confronto diventa particolarmente significativo
davanti alla Croce. Secondo i Vangeli, Gesù non soltanto rifiuta di
essere difeso con la spada, ma accetta liberamente la propria Passione e
prega per coloro che lo stanno crocifiggendo (Mt 26,52; Lc 23,34). Per
la fede cristiana, questo non è un episodio marginale: è la
manifestazione suprema dell’amore con cui Cristo affronta il male senza
restituirlo al mondo sotto forma di altro male.
Per il musulmano che conosce il Corano, il confronto può dunque risultare interessante proprio perché non richiede di negare gli elementi di misericordia e perdono presenti nella propria tradizione. Al contrario, può diventare una domanda: che cosa significa amare il nemico quando il nemico ci ha realmente fatto del male? E ancora: è possibile arrivare a pregare per chi ci perseguita, non soltanto perché cessi di farci del male, ma perché anch’egli possa convertirsi al bene?
La risposta cristiana trova il suo punto più alto nel comportamento di Gesù. Egli non chiama bene il male e non nega l’ingiustizia della propria condanna; tuttavia rifiuta di lasciarsi trasformare dall’odio dei suoi persecutori. La Croce diventa così una risposta completamente diversa alla violenza: non la vendetta, ma il perdono; non l’eliminazione del nemico, ma la preghiera per la sua salvezza.
Questo non significa che il cristiano debba rimanere passivo davanti all’ingiustizia. Difendere gli innocenti, impedire un’aggressione e chiedere giustizia possono essere doveri morali. Ciò che il Vangelo esclude è che la difesa della giustizia diventi odio verso un intero popolo, una religione o una categoria di persone.
È proprio qui che le parole di Gesù conservano una forza sorprendentemente attuale. In un mondo segnato da guerre, terrorismo, persecuzioni e contrapposizioni religiose, «amate i vostri nemici» non è un invito alla debolezza, ma una delle sfide più difficili rivolte al cuore umano. E il confronto con il Corano può diventare, per cristiani e musulmani, non un pretesto per accusarsi reciprocamente, ma un’occasione per interrogarsi su quale sia la risposta più alta che una persona possa dare al male ricevuto: restituirlo oppure spezzarne la catena attraverso il perdono. (Carlo Silvano)

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