9. Che cos’è il martirio per un cristiano? La testimonianza dell’amore fino al dono della vita

 

  

Che cos’è il martirio per un cristiano?

La testimonianza dell’amore fino al dono della vita

di Carlo Silvano

Tra le parole che il cristianesimo e l’islam hanno in comune vi è certamente quella di martire. Tuttavia, dietro questo stesso termine, le due religioni esprimono concezioni profondamente diverse. Comprendere il significato cristiano del martirio è essenziale non soltanto per conoscere la storia della Chiesa, ma anche per cogliere il cuore del Vangelo.

La parola greca martys significa anzitutto testimone. Prima ancora di indicare chi muore per la fede, essa descrive chi rende testimonianza a Gesù Cristo con tutta la propria vita. Soltanto in seguito, poiché molti cristiani furono uccisi proprio a motivo della loro fede, il termine assunse il significato di colui che offre la propria vita pur di non rinnegare Cristo.

Gesù stesso prepara i suoi discepoli a questa possibilità. «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). E ancora: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11). Il martirio non viene cercato né desiderato come un fine, ma può diventare la conseguenza estrema della fedeltà al Vangelo.

L’esempio supremo è Gesù stesso. Egli non uccide i suoi nemici, ma si lascia crocifiggere. Durante la Passione non invoca vendetta, bensì prega: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Il suo sacrificio non consiste nel togliere la vita agli altri, ma nel donare liberamente la propria: «Nessuno me la toglie: io la do da me stesso» (Gv 10,18).

Anche i primi martiri seguono questo esempio. Santo Stefano, mentre viene lapidato, ripete le parole del Maestro: «Signore, non imputare loro questo peccato» (At 7,60). Il martire cristiano non muore odiando chi lo uccide, ma pregando per lui. La sua forza non nasce dalla violenza, ma dall’amore.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) definisce il martirio come «la suprema testimonianza resa alla verità della fede» (CCC 2473). Esso consiste nel rendere testimonianza a Cristo fino alla morte, unendo il proprio sacrificio a quello del Signore. Per questo motivo la Chiesa ha sempre considerato i martiri come imitatori perfetti di Gesù.

Il martire non provoca la propria morte né desidera quella degli altri. Se può salvarsi senza rinnegare Cristo, lo fa. Soltanto quando gli viene chiesto di negare la fede o di compiere un atto contrario al Vangelo, preferisce perdere la vita piuttosto che tradire il Signore.

Questa concezione appare evidente lungo tutta la storia della Chiesa. I martiri dei primi secoli accettavano la condanna senza reagire con la violenza. I missionari uccisi nei continenti di evangelizzazione non impugnavano le armi contro i loro persecutori. Ancora oggi migliaia di cristiani subiscono persecuzioni in diverse parti del mondo semplicemente perché professano la loro fede in Cristo. Essi non vengono ricordati per aver sconfitto qualcuno, ma per aver continuato ad amare anche nel momento della prova.

Nel Corano ricorre anch’esso il tema di coloro che muoiono «sulla via di Allah». «Non dite di quelli che sono uccisi sul sentiero di Allah: “Sono morti”. Essi sono vivi, ma voi non ve ne accorgete» (Corano 2,154; cfr. 3,169). Nella tradizione islamica il termine arabo shahīd significa anch’esso “testimone”. Nel corso della storia islamica, tuttavia, esso è stato interpretato in modi differenti dalle varie scuole giuridiche e teologiche. In molte tradizioni il titolo di shahīd viene attribuito a chi perde la vita difendendo la comunità dei credenti o combattendo in un conflitto ritenuto legittimo secondo il diritto islamico.

È importante osservare che molti studiosi musulmani contemporanei respingono con decisione l’uso del concetto di martirio per giustificare il terrorismo o l’uccisione deliberata di innocenti. Tali atti sono condannati da numerose autorità islamiche e non possono essere semplicemente identificati con l’insegnamento dell’intera religione islamica.

Rimane tuttavia una differenza fondamentale tra le due concezioni. Nel Nuovo Testamento il martirio consiste sempre nell’accettare la propria morte senza infliggerla ad altri. Gesù non invita mai i suoi discepoli a morire uccidendo. Al contrario ordina: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44). Quando Pietro tenta di difenderlo con la spada, Gesù lo ferma immediatamente: «Rimetti la tua spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr. Mt 26,52).

Per il cristiano, dunque, il martirio non è mai un mezzo per affermare una religione, conquistare un territorio o eliminare un avversario. È la testimonianza suprema dell’amore a Cristo e della fiducia nella vita eterna. Il martire non cerca la morte: cerca di rimanere fedele al Signore.

Questa differenza nasce dalla diversa comprensione della persona di Gesù. Egli salva il mondo non attraverso la forza delle armi, ma attraverso la Croce. La vittoria di Cristo consiste nell’amore che vince l’odio, nel perdono che supera la vendetta, nella vita donata anziché nella vita tolta.

Per questo il martirio continua ancora oggi a rappresentare una delle prove più luminose della fede cristiana. Ogni martire ricorda al mondo che la verità non si impone con la violenza, ma si testimonia con la coerenza della vita. Il sangue dei martiri, come scriveva già nel II secolo Tertulliano, è «seme di nuovi cristiani», perché rende visibile che esiste un amore più forte della morte.

Comprendere il significato cristiano del martirio significa allora comprendere il cuore stesso del Vangelo. Il martire non è un eroe che cerca la gloria personale né un guerriero che trionfa sul nemico. È un discepolo che segue il Maestro fino alla Croce, confidando che, come Cristo è risorto, anche la morte non avrà l’ultima parola sulla sua vita.

Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sulla piattaforma della libreria IBS: Libri di Carlo Silvano su IBS
 

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