10. Il matrimonio secondo Gesù e secondo Maometto: due visioni della famiglia e della dignità della donna
Il matrimonio secondo Gesù
e secondo Maometto:
due visioni della famiglia
e della dignità della donna
di Carlo Silvano
Il matrimonio occupa un posto centrale sia nel cristianesimo che nell’islam. Entrambe le religioni lo considerano una realtà importante per la vita dell’uomo e della donna, ma lo comprendono in modo profondamente diverso. Le differenze non riguardano soltanto il numero degli sposi, ma anche il significato stesso dell’amore coniugale, della fedeltà e della dignità della donna.
Gesù non introduce una nuova concezione del matrimonio, ma richiama il progetto originario di Dio espresso fin dalle prime pagine della Genesi. Rispondendo ai farisei, afferma: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne?” Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mt 19,4-6; cfr. Gen 2,24).
Gesù parla sempre di un uomo e di una donna. Non contempla la possibilità di una pluralità di mogli né considera il matrimonio come un semplice contratto modificabile secondo le circostanze. L’unione coniugale è una comunione stabile di vita e di amore, fondata sulla reciproca donazione. L’amore richiesto agli sposi trova il suo modello nell’amore stesso di Cristo, che dona interamente la propria vita per la Chiesa.
San Paolo sviluppa ulteriormente questa prospettiva. «Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). L’autorità del marito non è presentata come dominio, ma come servizio e sacrificio. Il rapporto tra gli sposi trova il proprio equilibrio nell’amore reciproco e nella comune appartenenza a Cristo (Ef 5,21-33).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) insegna che il matrimonio è «l’alleanza matrimoniale, con la quale l’uomo e la donna costituiscono tra loro un’intima comunione di vita e di amore» (CCC 1601). Esso è caratterizzato dall’unità e dall’indissolubilità (CCC 1644-1651). La fedeltà esclusiva non rappresenta un limite alla libertà, ma la condizione perché l’amore possa maturare nella fiducia reciproca.
Il Corano presenta invece una disciplina differente. Pur affermando che il matrimonio è un dono di Dio e un luogo di serenità per gli sposi (Corano 30,21), consente all’uomo di sposare fino a quattro donne: «Sposate due, tre o quattro donne tra quelle che vi piacciono; ma se temete di non essere giusti, allora una sola...» (Corano 4,3).
Lo stesso Corano riconosce tuttavia quanto sia difficile realizzare una perfetta uguaglianza tra più mogli: «Non potrete mai essere del tutto equi con le vostre mogli, anche se lo desideraste» (Corano 4,129). È un’affermazione significativa, perché ammette implicitamente una difficoltà che appartiene alla stessa natura dei rapporti umani.
Dal punto di vista storico, Maometto contrasse numerosi matrimoni. Le fonti della tradizione islamica spiegano che essi risposero a motivazioni differenti: alcune unioni avrebbero avuto finalità assistenziali nei confronti di vedove, altre avrebbero consolidato rapporti tra tribù o rafforzato la giovane comunità musulmana. Rimane comunque il fatto che il fondatore dell’islam praticò personalmente la poligamia e che il Corano la autorizzò, sia pure entro determinati limiti (Corano 33,50).
Questa differenza produce conseguenze importanti anche sul piano antropologico.
La poligamia introduce inevitabilmente una disuguaglianza tra uomo e donna. L’uomo può avere più mogli, mentre la donna non può avere più mariti. Si genera così una relazione che non è perfettamente reciproca. L’amore coniugale, anziché essere esclusivo, viene diviso tra più persone.
Accanto a questa asimmetria emerge un’altra difficoltà: la rivalità tra le mogli. La storia dell’umanità, compresa quella narrata nell’Antico Testamento, mostra come la poligamia abbia spesso generato gelosie, competizioni, tensioni familiari e conflitti tra figli nati da madri diverse. Basti pensare alle vicende di Abramo con Sara e Agar (Gen 16; 21), di Giacobbe con Lia e Rachele (Gen 29-30) o di Elkana con Anna e Peninna (1Sam 1). La stessa Bibbia, pur raccontando queste situazioni, non le propone come modello ideale.
Gesù rompe definitivamente con questa impostazione tornando al progetto delle origini. L’amore sponsale diventa l’immagine dell’amore unico e fedele di Dio. Ogni coniuge è chiamato ad appartenere interamente all’altro. Non vi è spazio per rapporti concorrenti né per una gerarchia tra più mogli.
Dal punto di vista della dignità femminile, questa scelta assume un significato profondo. Se ogni uomo ha una sola moglie e ogni donna un solo marito, nessuno dei due può essere sostituito, condiviso o collocato in una posizione subordinata rispetto ad altri coniugi. L’esclusività dell’amore diventa così anche una forma concreta di tutela della dignità personale.
È vero che, nel corso della storia, anche molte società cristiane hanno conosciuto forme di discriminazione nei confronti delle donne. Tuttavia tali comportamenti non trovano fondamento nell’insegnamento di Gesù, che richiama costantemente la pari dignità dell’uomo e della donna e fonda il matrimonio sulla reciproca donazione.
Molti studiosi musulmani contemporanei osservano che la poligamia, nell’Arabia del VII secolo, rappresentò anche un tentativo di limitare pratiche precedenti ancora più estese e meno regolamentate. Questa considerazione storica merita rispetto. Rimane però il fatto che il Vangelo propone un ideale diverso, fondato sull’unicità del legame coniugale e sull’uguaglianza sostanziale dei due sposi.
Il confronto tra Gesù e Maometto, dunque, mette in luce due modelli di famiglia differenti. Da una parte vi è il matrimonio monogamico, indissolubile e fondato sulla reciproca fedeltà, che riflette l’amore di Cristo per la sua Chiesa (Ef 5,25-32). Dall’altra vi è un ordinamento che ammette la poligamia maschile entro limiti precisi (Corano 4,3), ma che lascia aperte questioni riguardanti la piena reciprocità tra i coniugi e le inevitabili tensioni che possono sorgere tra più mogli.
Per il cristiano, il matrimonio non è semplicemente una forma di organizzazione familiare. È una vocazione all’amore totale, esclusivo e definitivo. Gesù non chiede all’uomo di distribuire il proprio amore tra più donne, ma di donarsi interamente a una sola, così come Egli ha donato tutto se stesso all’unica Chiesa. In questa fedeltà reciproca la donna non è mai una tra le altre, ma una persona unica, amata nella sua irripetibile dignità, chiamata insieme al marito a diventare segno visibile dell’amore fedele di Dio per l’umanità.
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